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Il Mud Festival di Boryeong: una delle migliori cose da fare in Corea del Sud

«Francesco, ma perché diavolo sei diretto a Boryeong a quel maledetto festival? Ti sei fatto abbindolare come al tuo solito. Avresti dovuto dire un semplice no.»

Era il luglio 2012 quando studiavo a Seoul e se avessi davvero pronunciato quel no non potrei essere qui a raccontarvi questa storia. Quindi lasciate che vi racconti il Mud Festival di Boryeong, una delle esperienze più cool che potreste fare in Corea del Sud durante l’estate. L’Asia dà grandi sorprese!

Foto di Shawn Perez

 

Cos’è il Mud Festival e dove si svolge?

Il nome lascia molto poco all’immaginazione. Mud in inglese vuol dire fango, e quello che abbonda nei dintorni di Boryeong sembra essere ricco di proprietà cosmetiche altamente benefiche per la pelle. Almeno è quello che il marketing locale sostiene.

Foto di Shawn Perez

Ma il Mud Festival è piuttosto una manifestazione che attrae turisti e non che ad orde arrivano ad affollare il lungomare della spiaggia di Daecheon in cerca di divertimento.
Il solo e unico scopo? Rotolarsi nel fango e cospargersi il più possibile di melma fra le attrazioni, i mud-games offerti e i fango-massaggi. È ormai un festival talmente popolare che parallelamente vengono organizzati concerti ed eventi che durano fino a notte fonda in tutta la spiaggia .

Se soggiornate in Corea durante la stagione estiva unirvi a quest’orda infangata può essere davvero una simpatica idea. Del resto raggiungere Boryeong è piuttosto agevole, la città dista circa 200 km dalla capitale sudcoreana con cui è perfettamente collegata da efficienti rete di autobus e da treni.

 

Il mio viaggio di 2 giorni in occasione del Mud Festival

Giorno 1: fu qui che iniziai a divertirmi

Gettai lo zaino nella stiva dell’autobus e mi lasciai cadere su un sedile delle ultime file. E da subito mi chiesti perché, perché fare una cosa del genere.
In quel periodo studiavo in un summer program presso un’università e nel tempo libero visitavo tutto quello che mi capitava a tiro. A fine luglio organizzarono una gita per gli studenti del corso e decisi di partecipare. Misi una firma sul foglio dei nominativi, fu estremamente semplice: non dovevo organizzare nulla, sarebbe stato un perfetto diversivo dallo studio e dalle presentazioni che stavo preparando e (soprattutto) sarebbe stato gratis.
Non sono proprio il viaggiatore da eventi cool ma mi considero piuttosto un tipo che non si lascia sfuggire un’occasione e non sta a guardare con supponenza quelle cose che solitamente non fa. E allora andai.

Arrivammo a destinazione nel pomeriggio dopo un paio di tappe intermedie sul tragitto e scoprii presto un paio di cose, nell’ordine:

  1. l’afa della città era quasi piacevole se paragonata all’umidità che saliva dal Mare Giallo
  2. in questo luogo esistevano le zanzare più aggressive che avessi mai incontrato
  3. eravamo ospiti della succursale della mia università ma dovevamo essere ospiti poco graditi visto che ci sistemarono in un’ala con stanze da caserma

A conti fatti, fu qui che iniziai a divertirmi. Questo lato rustico rendeva tutto meno organizzato e più da backpacker. Divisero noi ragazzi in un paio di stanzoni da poco più di 10 persone a stanza, e ci sistemammo secondo le antiche usanze del dormire della tradizione coreana. Un sottile futon a terra, uno accanto all’altro. A me stava decisamente bene così.
Il tempo di sistemare i documenti nello zaino che ero già fuori con diversi amici. Ci bastò attraversare una strada e potemmo passeggiare sul lungomare di Daecheon, tutto attento a prepararsi per la serata. Intorno, ovunque, una folla sporca di fango e ridente.

In città non c’era poi molto da vedere, era tutto un bancarelle e ristoranti, bar e musica ad alto volume. E comunque avevo viaggiato fin laggiù per rinfrescarmi, infangarmi e vedere com’era questo Mare Giallo.
Era divertente notare come le abitudini in spiaggia fossero decisamente differenti dalle mie, la maggior parte delle persone bagnarsi in maglietta o ancora più spesso in integrale e incontrai per la prima volta in vita mia almeno un paio di facekini. Il mare, poi, non che avesse tantissimo da regalare, insomma era pur sempre mare ma nulla di entusiasmante.
Del resto non si vedeva il fondo neppure a riva per quanto torbida fosse l’acqua. Per via del fango, del terreno, dell’inquinamento del porto poco distante? Non importava: dopo 3 settimane a Seoul quello specchio d’acqua non-acqua pareva la miglior cosa potessi trovarmi avanti. Tutto intorno ero accerchiato dal tramonto e il richiamo del fango del Mud Festival del giorno dopo rimaneva fortissimo.

Dopo una doccia rapida lasciai che la notte asiatica mi inglobasse. È sempre stato il mio momento preferito nei miei trascorsi in Asia: la notte. Con tutto il suo brulicare, le luci al neon, un brusio continuo di una folla in movimento, il cibo di strada che prende posto sul suo trono.
E, rimanendone sorpreso, non rimasi deluso neppure questa volta. Il lungomare di Boryeong si animava in un modo meraviglioso (magari solamente durante il festival del fango, chi lo sa) sciogliendo tutte le contraddizioni di questo strano avvenimento. Ciò che mi si presentò fu una piacevolissima località di mare ricca di ristoranti e bettole famosi, ovviamente, per le loro specialità di pesce, crostacei, molluschi e ogni cosa possa provenire dal mare. Mi rimpinzai a dovere, famelico come sono di conoscere sempre gustose novità dei luoghi che visito, pagando una sciocchezza e cenando su di un’enorme terrazza all’aperto. Inutile dirlo, immancabili come ad ogni pasto coreano che si rispetti, gli innumerevoli banchan tra cui il celebre kimchi affogati in litrate di birra e soju.
Passai la serata girovagando nella varietà delle bancarelle, da quelle che svendevano animali esotici e tartarughe giganti a quelle che effettuavano tatuaggi a basso costo in mezzo alla strada senza alcuna (apparente) certezza delle condizioni igieniche. Fu difficile, ma a dirla tutta resistetti alla tentazione sia dell’iguana che di un bel tatuaggio, tuttavia non seppi resistere allo street food e ai celebri bar flying delle serate coreane.
Sulla strada turisti per lo più americani e marines in serata di riposo si muovevano a orde, ballando, cantando, ondeggiando per il clima di festa e per il soju che scorreva a fiumi. Mentre sedevo su un muretto abbracciando un sacchettino pieno di prelibatezze fritte (sì, io e lo street food di tutto il mondo abbiamo una splendida relazione) osservavo un soldato americano sfrecciare in quad con un paio di altoparlanti ad un volume infernale. Trovavo tutto questo decisamente kitsch e un po’ fuori dal mio ordinario viaggio, eppure mi divertivo da matti. Mi sembrava tutto così poco locale, certo, e non mi ero ancora neppure sporcato di fango ma scappare un paio di giorni lontano dai grattacieli di Seoul si stava rivelando una magnifica idea. E poi alcuni miei amici coreani passarono la serata a tentare di insegnarmi qualche bad word in lingua locale, sotto una luna massiccia che ci illuminava, fra i fuochi d’artificio, ridendo in spiaggia fra un giro di soju e fritti da strada fra le mani. Riflettei a lungo su quanto viaggiare mi mettesse in condizioni in parte lontane dalla mia vita quotidiana e quanto ciò mi facesse stare bene. Andai a dormire tardissimo con un paio di bei pensieri, questo e quello che il giorno successivo mi sarei rotolato, letteralmente come un suino, in una vasca gigante piena di fango.

Giorno 2: il trionfo del fango al Mud Festival

Appuntamento alle 9 del mattino nella hall, le facce assonnate e i cuscini ancora impressi sulle guance. L’afa era già realtà.

Neppure il tempo di esibire il braccialetto che valeva come biglietto che mi suggerirono gentilmente di entrare nella Mud Prison, una gabbia il cui scopo era bloccarti mentre il personale si occupava di prenderti a secchiate di fango.

Questo era di fatto l’accesso al parco, di qui in poi le attrazioni sono molteplici e si può decidere a cosa giocare: in fondo il Mud Festival è grosso modo questo, un gran bel gioco.
Quello che un po’ mi stupì non era il festival in sé ma la gente: notavo ragazze iper truccate, tacchi vertiginosi, ragazzi pronti a sfilare, magliette di marca. Io con indosso una maglietta da pochi euro non ero di certo molto cool ma nel giro di pochi istanti saremmo stati tutti uguali: ricoperti di melma.

Superata la gabbia mi trovai di fronte una gigantesca piscina dove quello che succedeva lì dentro era simile ad un incontro di lotta: vero e proprio wrestling nel fango. E chi resisterebbe? Mi ci tuffai letteralmente e capii subito che si trattava di un tutti contro tutti.

Tirarsi il fango, spingensi, scivolare per rialzarsi e cadere nuovamente, funzionava più o meno così il Mud Festival.

 

Purtroppo a suo tempo non portai con me lo smartphone (non sarebbe sopravvissuto) e quindi non riuscii a scattarmi un selfie ora che dalla testa ai piedi ero del tutto ricoperto di uno strato spesso di fango grigio. Poi ebbi da scegliere se proseguire con i giochi o dedicarmi a qualcosa di più rilassante nell’area massaggi al fango avendo scartato a priori le attrazioni per bambini. Decisi quindi di proseguire nella mia gara personale che tanto mi ricordava i fasti di Mai dire Banzai in una carrellata di scivoli e altri gonfiabili in cui puntualmente o cadevo in una vasca di fango, o scivolavo oppure qualcuno arrivava e mi tirava in faccia altro fango.

Foto di Shawn Perez

Insomma è una cosa divertente e fatta in gruppo è indubbiamente uno svago. C’erano però delle ovvie conseguenze:

  • gusto: il sapore del fango è una delle cose peggiore mai assaggiate ma ci si fa subito l’abitudine.
  • caldo: quello che davvero infastidisce un po’ è il fango che si secca sulla pelle, tende a causare prurito alla lunga e crea uno strato isolante facendoti percepire ancor di più l’afa.
  • contusioni: ciò che invece non avevo per nulla calcolato erano i dolori che potevano scaturire dalle scivolate e da urti nelle mischie. Credetemi: portatevi un tubetto di Lasonil per il dopo Mud Festival.

Non ci rimasi che una manciata di ore, un po’ perché alla lunga il gioco consisteva sempre nel solito fanghizzarsi e soprattutto perché sentivo il bisogno di eliminare quel fango secco che provocava bruciore e fastidio sotto il sole.

Foto di Shawn Perez

Per fortuna solo il lungomare divideva le strutture del Festival dalla spiaggia di Daecheon. La ricordo come una corsa liberatoria, con i volti completamente ricoperti dal grigio del fango che faceva risaltare, in un netto contrasto, il candore dei sorrisi di tutti. Mi gettai in mare che nel frattempo si era trasformato in una distesa di fango sciolto e provai un incredibile senso di benessere, che forse i benefici del fango avessero fatto effetto ben oltre le aspettative?
Devo ammetterlo, mi divertii un mondo. E lo feci partecipando alla cosa meno coreana che potessi trovare ma che al tempo stesso stava terribilmente a cuore a tutti i miei amici coreani.

A volte bisogna solo fare un qualcosa e non pensare a cosa si sta facendo, mal che vada si avrà una bella storia, un bel racconto da scrivere e con cui farsi due risate anni più in là.

Quella sera mi stesi sul mio futon pieno di dolori e bruciori e con la sabbia che incredibilmente era finita dappertutto ma con la pelle morbida e luminosa e un sorriso quasi egualmente luminoso.
Pensavo proprio a questo il giorno seguente, rientrando a Seoul, quando fermo in una stazione di servizio mi avvicinai ad un vecchietto che vendeva su di un banchetto radioline e diavolerie simil-tecnologiche. Per assurdo, per completare il quadro kitsch e volendo trash di questo viaggio, la mia attenzione venne rapita da un dispositivo pieno di luci a led che trasmetteva musica ad alto volume.
«Want it?»
Non riuscivo a rispondere. Con mezzo mondo a dividermi da casa, a circa 10mila km e con forse 25 anni abbondanti di ritardo quella radiolina strimpellava queste parole:

Boys boys boys, I’m looking for a good time

Boys boys boys, get ready for my love

Gli chiesi se sapesse che fosse Sabrina Salerno a cantare quella canzone e il vecchietto mi rispose con un sorriso. Non aveva capito una singola parola.

Beh posso davvero dirlo: a volte bisogna solo fare un qualcosa e non pensare a cosa si sta facendo, tipo dire sì ad un viaggio diverso dal solito oppure acquistare quella radiolina per due monete. Mal che vada me ne uscirò con l’esperienza più trash fra i miei viaggi e con i ricordi di uno degli eventi più particolari dell’estate sudcoreana: il Mud Festival!

Foto di Shawn Perez

02/08/2017

Autore

Francesco Trocchia Il medico dice che sono affetto da Wanderlust e che l'unica cura è curiosare in giro per il mondo e scrivere-scrivere-scrivere. Il mio metodo deduttivo prevede: osservare, assaggiare, fotografare e raccontare. Se ancora non l'ho visitato, quanto meno ci ho fantasticato!